La strada che scende a Livigno è appena illuminata dal cono dei fari della macchina, pochi metri di striscia bianca e niente altro. Due gradi segna il cruscotto. Il silenzio e il buio del passo inghiotte tutto: la stanchezza, i pensieri, persino la tristezza. Non c’è più niente, solo le chiazze della neve perenne che nemmeno la notte riesce a spegnere. Lassù brilla un piccolo lumicino bianco che è troppo vicino per essere una stella, è un rifugio forse. Un posto lontano dal mondo dove la realtà non può raggiungerti.
Ma noi siamo qui sotto, non sappiamo più a cosa credere. O forse sì.
Prima di addormentarmi penso che stanotte il ciclismo è più crudo che mai, chiudo gli occhi su questa sensazione che i cavalli di queste scuderie siano così straordinari in azione, tanto quanto destinati al macello dai loro carnefici. Braccia, gambe, stomaci. Il prezzo dello show mi tortura come mai prima.
Quando mi sveglio, le montagne appaiono d’improvviso come certe visioni a distrarci dal resto. Vorrei essere un cane e sentirmi felice del momento, di una passeggiata la mattina con chi ti vuole bene, guardarmi intorno senza dover per forza decifrare le cose che accadono.

Più in alto, le cime formano una corona bianca attorno agli ultimi chilometri, le nevi guardano giù verso le formiche che salgono nere contro il versante, nella processione che tutti conoscono. Oggi il ciclismo non mi interessa. C’è una specie di sentimento di rivolta che mi tiene lontano da tutto, è sempre così quando si rompe qualcosa. Guardo i pezzi e mi lascio prendere dalla tristezza. Le nuvole corrono tra l’azzurro e mettono ombre sulla luce abbagliante della neve. A tratti vicini da toccarsi, a tratti lontani in balia della strega che comanda la realtà.

Passa Pogacar, il focus si sballa, l’arrivo è a soli due chilometri ma a me sembra lontano anni luce. Come noi adesso.
Mentre scendo a Livigno, il panorama è un sogno di un’altra vita, i cavalli dorati scuotono dolcemente le code mentre si godono la luce del pomeriggio. Tutto è immobile ma noi possiamo percepire solo la superficie delle cose, in profondità c’è un altro mondo che non riusciamo ancora a vedere.